QUANDO UNA MAMMA È IN CRISI: IL CONSIGLIO DELL’ ESPERTO CHE PUÒ CAMBIARE IL CORSO DELLE COSE (NEL BENE.. O NEL MALE!)

Mamma che abbraccia il suo bambino con amore e ascolto

Quante volte ti sei sentita giudicata come mamma da un esperto a cui avevi chiesto supporto? Ti sei mai trovata a mettere in discussione i tuoi valori, perché tutti sembravano sapere meglio di te cosa fosse giusto per tuo figlio?

Nella società di oggi, il ruolo della mamma è spesso travolto da un mare di consigli contrastanti provenienti da svariati professionisti in educazione e maternità. Ti dicono di ascoltare il tuo istinto, ma allo stesso tempo ti insegnano a seguire regole prestabilite. Ti parlano di maternità naturale, ma poi ti dicono che certe cose “non si fanno più così”.

Questa è la storia di una mamma – la mia storia – e di come, in un momento di estrema difficoltà, ho capito che il vero potere di una madre non sta nel seguire passo passo tutto ciò che i “professionisti del settore” le dicono ma nella sua capacità di filtrare le informazioni e di trovare quell’esperto in grado di supportarla nel rispetto dei SUOI valori specifici e della SUA specifica modalità di essere mamma.

Se anche tu hai sentito il peso del giudizio o non ti sei sentita completamente serena nel seguire il “consiglio di un esperto” forse c’è un motivo ben preciso e questo racconto ti farà vedere le cose in modo diverso.

IL MIO SOGNO DI UNA MATERNITÀ NATURALE (E LA SUA BRUSCA FINE)

Quando aspettavo il mio primo figlio, avevo un’idea ben precisa di come sarebbe stata la mia maternità. Mi ero circondata di esperti che promuovevano l’educazione consapevole e l’alto contatto. Credevo fermamente nel parto naturale, nell’allattamento esclusivo, nel rispetto dei bisogni autentici del bambino.

Avevo studiato, mi ero preparata, avevo approfondito tutto ciò che poteva aiutarmi a essere una mamma consapevole, empatica e rispettosa dei ritmi naturali miei e del mio bambino. Ma poi è arrivata la realtà.

Il mio parto fu un cesareo d’urgenza. Farmaci, complicazioni, debolezza. Niente di quello che avevo immaginato era andato come previsto. Il mio bambino, dal primo istante di vita, era inquieto, incapace di rilassarsi, incapace di dormire più di pochi minuti consecutivi. Piangeva, si irrigidiva, sembrava sempre in allerta. Solo più tardi avremmo scoperto che questa sua agitazione era dovuta agli effetti di alcuni farmaci che, indirettamente, aveva ricevuto attraverso parto ipermedicalizzato. Ma in quel momento nessuno lo sapeva.

Quello che si vedeva era solo un neonato che non dormiva mai, che sembrava non riuscire a trovare pace ed estrermamente bisognoso di contatto e consolazione.

Nei primi tre mesi di vita, il mio bambino era attaccato a me giorno e notte. L’unico modo per permettergli di riposare qualche ora, era tenerlo vicino, allattarlo, avvolgerlo in un abbraccio continuo. Ogni sua richiesta di vicinanza non era un capriccio, ma una necessità profonda e io, da mamma, lo sapevo.

Nel mio percorso di studi e nelle mie esperienze lavorative avevo approfondito molto gli effetti dal punto di vista ormonale, emotivo e bio-chimico dell’allattamento e del contatto mamma – bambino: una “magia protettiva” per entrambi, fondamentale per affrontare le difficoltà legate al parto e ai primi mesi di vita e non avevo intenzione di rinunciarvi.

Ho seguito il mio istinto, anche quando tutto sembrava impossibile. Poi è arrivato l’imprevisto nell’imprevisto.

QUANDO TUTTI TI DICONO CHE STAI SBAGLIANDO

Mamma confusa che riceve consigli contrastanti sulla genitorialità

Mio figlio nacque già pronto a mettere i primi dentini. A tre mesi, i suoi incisivi inferiori erano già spuntati e i superiori stavano uscendo. Un giorno, nel tentativo di trovare sollievo prendendo il mio latte, mi morse. Forte. Una volta, due volte. Fino a farmi sanguinare. Il dolore fisico si unì alla stanchezza cronica che mi aveva accompagnato fino a quel momento. Ero in una condizione di estrema fragilità, priva di energie e con la paura di non riuscire a nutrire adeguatamente il mio bambino.

Ogni volta che pensavo di attaccarlo al seno temevo che mi mordesse di nuovo. Avevo paura del dolore, paura di non poter continuare ad allattarlo, paura di perdere tutto quello per cui avevo lottato fino a quel momento.

Allora ho fatto quello che fanno tutte le mamme quando si sentono perse: ho chiesto aiuto agli esperti. E qui è arrivata la delusione più grande. Le stesse persone che mi avevano guidata verso una maternità naturale e ad alto contatto, ora mi dicevano che stavo sbagliando tutto.

“Dopo tre mesi, un bambino dovrebbe imparare a dormire da solo.”

“Non devi più allattarlo a richiesta, altrimenti diventa un vizio.”

“Se continua a cercarti per calmarsi, significa che lo hai abituato male.”

“Se piange perchè vuole attaccarsi tu non cedere prima che trascorra un certo tempo.”

Il messaggio era chiaro: la mia maternità, quella che avevo scelto con tanta consapevolezza, non andava più bene. Per la prima volta, ho pensato di arrendermi.

L’ULTIMA TELEFONATA CHE CAMBIÒ TUTTO

Ero sul punto di mollare. Mi sentivo sconfitta, priva di soluzioni. Avevo la sensazione di dover rinunciare non solo all’allattamento ma all’ascolto empatico del mio bambino di soli 3 mesi. Non vedevo altra scelta.

Il mio problema era concreto: non sapevo come attaccare mio figlio al seno senza farmi male di nuovo. E la cosa più devastante era avere paura di lui.

Quella sera, mentre mio marito usciva a comprare una formula di latte artificiale, mi sentivo come se stessi fallendo. Non solo perché avevo studiato i benefici incomparabili del latte materno, ma perché sentivo che interrompere l’allattamento in quel modo avrebbe lasciato una ferita emotiva irrisolta nel rapporto col mio bambino.

In quell’ultimo tentativo, feci una telefonata. Chiamai una volontaria della La Leche League Italia (Lega Per L’Allattamento al Seno) un’organizzazione di volontariato che aiuta le mamme nell’allattamento. Ormai priva di fiducia e di speranza nel trovare una risposta risolutiva, ecco la mia sorpresa!

Dall’altra parte del telefono trovai una persona per nulla scandalizzata dal mio racconto, anzi mi invitò a tranquillizzarmi sul fatto che questa situazione era capitata a tante altre mamme e rientrava in una normalità tipica di bambini altamente sensibili agli stimoli o precoci nella dentizione.

Improvvisamente non ero più una mamma “pancina” o una mamma “ansiosa” da “regolamentare”, bensì, ero diventata una mamma consapevole del valore dell’allattamento e determinata a rimanere in ascolto del proprio intuito e del proprio bambino.

Quella donna mi disse qualcosa che nessuno degli altri esperti aveva detto:

“Tuo figlio sta solo cercando di dirti che ha bisogno di te, devi solo trovare la via per far star bene lui stando bene tu!”

Quella frase, in quel momento, fu come una boccata di ossigeno dopo una lunga apnea….

Mi insegnò una semplicissima manovra anti-morso che risolse immediatamente la mia paura di allattare ma la cosa più importante fu comprendere che avrei potuto iniziare ad insegnare al mio bambino, fin da quell’età, a controllare i suoi “impulsi” per non fare male alla mamma.

Mamma serena che allatta il suo bambino con fiducia

Scoprii che con l’ascolto e l’empatia avrei potuto accogliere totalmente i bisogni del mio bambino fornendogli contemporaneamente dei confini in cui rientrare. Nonostante fosse così piccolo avrei potuto comunicare con lui, strutturando così un rapporto di ascolto e rispetto reciproco, non più solo unidirezionale.

Infine mi resi conto che gli esperti che mi avevano fatta sentire inadeguata erano semplicemente persone… persone fragili come me, che in quel momento si erano trovate in difficoltà nel fronteggiare una richiesta di aiuto che non erano in grado di soddisfare.

Improvvisamente, in 10 minuti di telefonata il senso di colpa si trasformò in pace interiore, il fallimento in successo, il senso di incapacità in orgoglio, la paura che mio figlio potesse farmi male in comunicazione e comprensione reciproca.

Un’unica voce, un’unica esperta, un’unica telefonata cambiò completamente il corso degli eventi futuri legati alla mia maternità.

DALLA VOCE DI UN ESPERTO PUÒ DIPENDERE IL FUTURO DI UNA MAMMA

Se quella telefonata fosse stata diversa, se dall’altra parte avessi trovato l’ennesima persona pronta a dirmi che “ormai era ora di smettere”, oggi la mia storia sarebbe stata diversa.

Ecco che anche da questa esperienza ho compreso in modo ancora più profondo il senso che avrei voluto dare al mio percorso professionale:

essere quella voce, quel supporto, quella “boccata d’ossigeno” che ogni mamma, desiderosa di rimanere in ascolto del proprio bambino, merita di avere accanto nei momenti difficili.

Troppo spesso gli esperti (insegnanti, psicologi, neuropsichiatri, pedagogisti) si ergono su un piedistallo, entrando nel merito morale delle scelte genitoriali e oltrepassando un confine che non dovrebbero varcare. E troppo spesso, i genitori – colti in un momento di fragilità e insicurezza – si lasciano depredare del proprio ruolo centrale nell’educazione dei figli.

Cara mamma, diffida da chi sfrutta la tua richiesta d’aiuto per spingerti a fare scelte che non senti profondamente tue.

Affidarsi a un esperto non dovrebbe generare disagio o un senso di disallineamento con i tuoi valori. Al contrario, dovrebbe darti forza e fiducia nelle tue potenzialità e nel legame unico con tuo figlio.

Perché ogni mamma ha dentro di sé la risposta giusta ad ogni problema: deve solo imparare ad ascoltarla!

Dott.ssa Emanuela Martelli – Potenziamento Educativo

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