Quando l’intuito materno viene messo a tacere
Immagina questa scena.
Una mamma accompagna il suo bambino piccolo al nido per i primi giorni di inserimento. Il bambino allunga le braccia verso di lei, piange disperato, si aggrappa al suo collo. La mamma sente il cuore stringersi. Il suo corpo le sta dicendo chiaramente che il suo bambino sta vivendo un disagio autentico. Il suo intuito le dice di fermarsi, stringerlo ancora un po’, proteggerlo.
Ma arriva la voce rassicurante di un’educatrice che le dice:
“È normale… finché tu lo assecondi.”
“Se rimani peggiori la situazione.”
E poi quella più diretta:
“Così facendo lo rendi dipendente. Devi lasciarlo andare.”
“Ci pensiamo noi, vedrai che appena te ne andrai smetterà.”
La mamma sente un nodo alla gola, le sue sensazioni fisiche le gridano di non farlo, di non girare la schiena ignorando il pianto del suo bambino che la implora di tornare… ma le viene detto di non preoccuparsi, che è normale, che deve abituarsi.

Se esitasse, se provasse a soffermarsi su quel pianto, se esprimesse la sua inquietudine, ecco che arriverebbe l’etichetta:
“Sei una mamma ansiosa, devi lasciarlo andare, lo stai facendo soffrire di più.”
Così, quella mamma, prende tutte le sue forze e si allontana. Con le lacrime agli occhi, prende quel corridoio, a passo svelto, per rendere quel momento più breve e smettere il prima possibile di sentire quella voce che la chiama …perché è ora… è ora di comportarsi “come una mamma matura”… per il bene di tutti…
Tieni ben impressa questa sensazione nella tua mente, perché è da questo e altri momenti simili che ha inizio la rottura tra ciò che una mamma sente profondamente e ciò che viene spinta a credere che sia giusto, per lei e per il suo bambino.
E se le cose potessero andare diversamente?

Ora immagina la stessa scena, ma con un finale diverso.
Il bambino piange e cerca la sua mamma. Lei lo stringe, lo guarda negli occhi e sente quel nodo alla gola.
Questa volta, però, una voce diversa le parla. È un’educatrice empatica, che invece di giudicarla, la ascolta davvero. Le dice:
“È normale che tu ti senta così. È normale che lui ti cerchi. Non sei sbagliata, e nemmeno lui lo è, ascolta il tuo istinto.”
Insieme valutano opzioni alternative: un inserimento più graduale, senza forzature, un tempo maggiore di presenza della mamma, oppure – se le condizioni lo permettono – l’idea di posticipare l’inizio del nido, di valutare un part-time o scegliere un’alternativa più in linea con le esigenze del bambino.
Domande nuove guidano la scelta della mamma nella ricerca di nuove soluzioni, prima non considerate.
Perché quasi sempre accade il primo scenario: la spinta all’iperdelega?
La verità è che il primo scenario è, purtroppo, il più comune.
E non perché sia sempre la scelta più giusta per quella mamma e per quel bambino, ma perché è la più funzionale al sistema.
Quando si porta il proprio figlio in un’istituzione (che sia pubblica o privata), difficilmente quella stessa istituzione consiglierà vie alternative alla sua stessa offerta. Non lo farà perché sarebbe come mettersi in discussione. E spesso, dietro a una raccomandazione pedagogica, si nasconde semplicemente una necessità organizzativa, logistica o economica:
“Deve andare signora, se no anche gli altri vorranno la loro mamma e farà piangere tutti”
Così, quello che è un bisogno organizzativo e socio culturale – come la necessità che entrambi i genitori lavorino – viene mascherato come consiglio educativo: “per il bene del bambino”.
Ma cosa accade nel tempo quando i genitori iniziano ad adeguarsi a questo tipo di dinamiche? E quando, per paura di essere giudicati, iniziano a non fidarsi più del loro sentire e a non ascoltare il proprio intuito?
Il circolo vizioso dell’iperdelega in 4 passaggi
Ecco che si innesca un meccanismo invisibile ma potente, che io chiamo “circolo vizioso dell’iperdelega”.
Un meccanismo che ha inizio con una spaccatura profonda tra ciò che l’istinto genitoriale ti dice e ciò che socialmente è definito un “bravo genitore”.
Questo meccanismo porta lentamente, giorno dopo giorno, a spostare il centro dell’educazione sempre più lontano dalla famiglia, allontanando i genitori dal loro ruolo primario, perdendo fiducia, connessione e potere decisionale, sull’educazione dei figli.
Vediamo insieme le 4 fasi che lo caratterizzano.

1. Prima fase: Disconnessione dall’intuito genitoriale
All’inizio c’è il dubbio.
Il genitore sente che qualcosa non torna, ma riceve messaggi contrastanti dall’esterno:
“Lo vizierai.”
“Siamo nel 2025 non vorrai rinunciare al lavoro?… Annullarti come donna?”
“Devi lasciarlo piangere, altrimenti non si abitua.”
“Non puoi stare sempre con lui.”
Frasi che, ripetute da figure percepite come autorevoli, fanno vacillare l’intuito.
Il genitore inizia a chiedersi:
“E se fossi io il problema?”
“Forse sto proiettando le mie ansie…”
“Devo imparare a farmi da parte.”
Eccolo il primo strappo. La voce interiore si affievolisce, inizia la distanza tra ciò che si sente e ciò che si fa. La connessione naturale tra genitore e figlio si spezza.
- • Il genitore inizia a dubitare delle proprie percezioni.
- • Si convince che ci siano esperti più competenti di lui nell’interpretare i bisogni del bambino.
- • Inizia a delegare sempre più aspetti della crescita del figlio, perché teme di sbagliare.
Questa spaccatura è il primo passo verso l’iperdelega educativa: quel progressivo passaggio di responsabilità che trasforma il genitore in semplice spettatore dello sviluppo dei propri figli.
2. Seconda fase: l’iperdelega all’esperto – quando il genitore inizia a pensare di non essere abbastanza
Una volta persa la fiducia in se stesso e nel proprio sentire, il genitore cerca punti fermi all’esterno. Inizia a delegare: a scuola, agli sport, ai terapeuti, agli specialisti… anche i nonni diventano più autorevoli degli stessi genitori.
Non è più lui a cercare la direzione, ma si affida completamente a chi sembra “saperne di più”.
“Tu fai il genitore, che alla didattica ci pensa la scuola.”
“Nutrizionalmente? Parla con la mensa.”
“Non devi intervenire, i bambini a scuola se la cavano tra di loro, così imparano a gestirsi.”
Ma spesso queste deleghe non tengono conto della storia, dei valori, della sensibilità di quello specifico bambino e di quella famiglia. L’educazione diventa standardizzata e funzionale a dinamiche di contenimento e gestione di grandi gruppi, tralasciando la specificità individuale. Intanto il genitore inizia a vivere un ruolo sempre più marginale, fino a sentirsi un semplice “trasportatore” da un esperto all’altro.
L’illusione di leggerezza proveniente dall’Iperdelega Educativa
Questo ruolo più marginale che il genitore inizia ad assumere, se da un lato indebolisce la relazione mamma-figlio e papà-figlio, dall’altro alleggerisce fortemente il suo carico fisico e mentale.
Mamma e papà possono finalmente riprendere le proprie attività lavorative, finalmente si riappropriano di spazi e tempi per loro stessi e per la coppia.
Essi si sentono approvati socialmente, ben integrati in un sistema che non può permettersi di perdere tempo dietro i “capricci” o le “paranoie” di ciascuno. Il genitore che delega senza porre troppe domande, fidandosi e affidandosi all'”esperto”, è un genitore giudicato come maturo, emancipato e collaborativo. Tutto ciò incentiva fortemente il mantenimento di questa idea di genitorialità moderna funzionale al sistema socio-economico e culturale attuale.
Al contrario:
- il genitore che dovesse avere esitazioni nel seguire ogni indicazione alla lettera,
- il genitore che dovesse esitare di fronte al pianto del proprio bambino,
- il genitore che dovesse cambiare idea ed intraprendere scelte non comuni decidendo di restare in ascolto del proprio sentire,
verrebbe etichettato come “ansioso”, “iperprotettivo”, “fragile”, “insicuro”… e dovrebbe esplorare vie nuove, lasciando andare vecchie abitudini e vecchi schemi mentali affrontando la paura del giudizio e della solitudine emotiva.
È chiaro come questo rappresenti un potente disincentivo che porta inevitabilmente a ridurre le probabilità che un genitore intraprenda scelte meno comuni.
3. Il tradimento dell’esperto: l’iperdelega e la “colpa che torna a casa.”

Passano gli anni, il bambino cresce e può accadere che le cose non vadano come si avrebbe voluto.
Talvolta capita che il bambino attraversi fasi di difficoltà: Scolastiche? Comportamentali? Emotive? Sociali?
Finché sono gestibili da insegnanti, istruttori ed esperti, i genitori vengono coinvolti marginalmente, ma quando la situazione diventa evidente, disturbante per il gruppo o impedisce in modo eclatante il raggiungimento degli obiettivi prestabiliti…
…Ecco il paradosso.
Quando qualcosa non va, sono proprio le stesse figure esterne, gli “esperti” a rinfacciare ai genitori la propria “assenza”, la propria “incapacità educativa”… ed ecco la colpa che torna a casa…
“Forse non siete abbastanza presenti.”
“Dovete collaborare di più con noi.”
“Il problema nasce dal contesto familiare.”
“Suo figlio ha bisogno di regole chiare. Evidentemente non le ha.”
Il genitore si sente confuso e tradito da quello stesso sistema che gli aveva detto di non preoccuparsi, di avere fiducia, di lasciar andare, di non essere ansioso.
Le cose non sono andate come credeva: pensava che delegando a chi più competente di lui avrebbe garantito al suo bambino l’educazione migliore, l’istruzione migliore, la socializzazione migliore, ma può essere davvero così?
Quegli stessi esperti a cui si era affidato, ora non si occupano più di suo figlio e non se ne prenderanno la responsabilità… Lui è cresciuto, e il suo posto è stato preso da un altro bambino…
4. Colpa e vergogna incrinano il rapporto genitore-figlio
Nel momento in cui istruttori e insegnanti segnalano l’inadeguatezza del bambino iI genitore si sente nuovamente giudicato, etichettato, manchevole. Quel senso di fallimento si trasforma in vergogna, e la vergogna in frustrazione e rabbia. Rabbia verso se stesso, verso il sistema, verso il bambino stesso.
“Cosa devo fare con te?”
“Se almeno mi ascoltassi…”
“Con te non funziona mai niente.”
“Non ti riconosco più”
Il legame genitore-figlio si incrina. I silenzi aumentano. La connessione si indebolisce.
Si riattiva il circuito della delega agli esperti. Ora non più esperti in educazione ma esperti della difficoltà: psicologi, psicoterapeuti, medici, neuropsichiatri.
E così il circolo continua. Un circolo che allontana sempre più il genitore dal suo ruolo originario: essere guida, presenza, radice.
Un’epoca di esperti e di disagio crescente: qualcosa non torna

Viviamo in un’epoca in cui il numero di esperti è aumentato in modo esponenziale. Psicologi, pedagogisti, insegnanti, logopedisti, educatori, terapisti, counselor, coach. Ogni ambito della crescita di un bambino sembra avere il proprio “specialista”. Siamo circondati da manuali, webinar, consigli di ogni tipo.
Eppure, mai come oggi, i bambini e i ragazzi stanno male.
Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), i disturbi mentali sono la principale causa di disabilità tra i giovani tra i 10 e i 19 anni. In Italia, i dati del Ministero della Salute mostrano che il 20% degli adolescenti presenta sintomi ansiosi o depressivi significativi e sempre più precoci. Il suicidio è una delle principali cause di morte negli adolescenti.
Come è possibile che, proprio nell’epoca dell’iper-informazione e dell’iper-delega agli esperti, stiamo crescendo una generazione sempre più fragile, ansiosa, disconnessa da se stessa?
Forse, la risposta non sta nel numero di esperti… ma nella posizione che hanno assunto.
In un sistema che ha spostato completamente il baricentro educativo dall’interno della famiglia all’esterno, si è rotto qualcosa. Si è rotto quel filo invisibile ma potentissimo che unisce il genitore al proprio bambino: l’intuito. Il sentire. La presenza.
Una società che non è più “armonizzata” con i ritmi naturali di sviluppo
La società attuale sta vivendo importanti processi di cambiamento determinati da logiche prevalentemente economiche. L’accelerazione dei processi di cambiamento sociale in corso è unica, mai vista finora e in costante crescita. Nell’arco di un paio di generazioni sono modificati profondamente i ritmi famigliari e di vita ed ora la “normalità” è rappresentata da:
- ingresso a scuola sempre più precoce
- giornate sempre più frenetiche e organizzate al minuto
- entrambi i genitori al lavoro a tempo pieno
- reti di sostegno famigliare assenti
- tempi scolastici lunghi e spesso corredati di pre e post-scuola
- compiti, sport e attività extrascolastiche che esauriscono il tempo del gioco libero e dell’ ozio creativo
- carenza di sonno
- alimentazione standardizzata
- utilizzo precoce di tecnologia e di strumenti di intrattenimento artificiali
In questo contesto, chi cerca di rallentare, di ascoltare il proprio intuito di genitore e i bisogni del bambino… viene spesso etichettato come inadeguato: “esagerato”, “troppo ansioso”, “troppo presente”, “non al passo coi tempi”.
Il disagio crescente nei ragazzi non è solo un problema personale o famigliare. È lo specchio di un sistema sociale che ha dimenticato quanto sia potente e insostituibile la centralità educativa della famiglia e il rispetto dei tempi naturali di sviluppo.
Spezzare il circolo vizioso dell’iperdelega: gli accorgimenti da mettere in atto
È necessario un cambio di paradigma.
Se come genitore vedi nell’iperdelega agli esperti una discrepanza con il tuo intuito più profondo e desideri preservare la centralità del tuo ruolo educativo senza rinunciare al supporto di professionisti nel settore, sappi che uscire dalla trappola dell’iperdelega cieca e passiva è possibile. Ma richiede consapevolezza, coraggio e scelte attive.
Ecco tre azioni concrete che ogni genitore può mettere in atto:
1. Rimani in ascolto
Fidati del tuo intuito. Quando senti che qualcosa non va, anche se tutti intorno ti dicono il contrario, ascoltati. Il tuo sentire, il tuo intuito di genitore, è il primo strumento di connessione con tuo figlio. Avrai successivamente il tempo di approfondire e prendere informazioni per decidere in modo consapevole come affrontare la situazione.
2. Non temere il giudizio
Le etichette servono più a chi le pronuncia che a chi le riceve. Non lasciare che la paura di essere diversa, etichettata o giudicata decidano per te cosa è giusto o sbagliato nella tua relazione con tuo figlio. Le tue decisioni non devono essere guidate dalla paura, ma dalla consapevolezza.
3. Rivolgiti agli esperti, ma selezionali in modo attivo
Gli esperti non sono tutti uguali. Oggi esistono esperti per ogni aspetto della vita, esperti che ti indirizzeranno verso una soluzione e altri che ti diranno esattamente il contrario.
Affidarsi agli esperti senza filtro critico è come trovarsi su una barca senza remi, in balia di venti che cambiano direzione a ogni folata.
I valori educativi dei genitori rappresentano il timone che orienta la rotta.
Non serve sapere tutto, ma saper scegliere consapevolmente a chi affidarsi, cercando esperti in linea con i propri principi e con lo stile educativo scelto per la propria famiglia.
Il vero cambiamento parte dalla famiglia
La vera rivoluzione educativa parte dalla famiglia. Da ogni mamma e papà che sceglie di tornare al centro. Non per escludere gli esperti, ma per farsi affiancare da loro con consapevolezza, senza cedere il proprio ruolo.
Perché nessun metodo, nessun libro e nessun professionista potrà mai conoscere tuo figlio come lo conosci tu.
E qui nasce il concetto di Genitore Stra-Ordinario

Essere un Genitore Stra-Ordinario significa…
….Accettare l’idea di proteggere il proprio “sentire”, il proprio intuito, anche a costo di essere fuori dall’ ordinario… con tutto ciò che comporta.
….Riconoscere che, nel rumore di un mondo che spinge all’iperdelega genitoriale, la tua voce resta la più importante nella vita di tuo figlio.
Un genitore Stra-Ordinario non fa tutto da solo: cerca, impara, si forma, si circonda di professionisti che seleziona con cura, perché vuole capire davvero “come funzionano le cose“, per poter scegliere in modo consapevole, in sintonia con i propri valori famigliari e con il proprio sentire.
Non si affida passivamente. Sceglie mentori, guide che non spengono il suo intuito, ma lo rafforzano.
Essere un Genitore Stra-Ordinario significa scegliere ogni giorno di mettere al primo posto il legame con tuo figlio, anche quando tutto attorno ti dice che devi lasciarlo andare troppo presto, troppo in fretta.
È ricordarti che il tuo istinto non è ansia, ma connessione.
Che il tuo dubbio non è fragilità, ma consapevolezza in costruzione.
Che il tuo desiderio di capire di più, di informarti, di crescere come genitore, è la più potente forma d’amore non presunzione.
E se queste parole parlano anche di te, se senti che questo è il tuo cammino, allora inizia da qui.
🔗 Leggi il Manifesto del Genitore Stra-Ordinario
Un manifesto per chi sceglie di non perdersi nella confusione dell’iperdelega, ma di ritrovare la propria voce.
Per chi sa che l’educazione parte dall’intuito, dall’ascolto… e dalla conoscenza.